Disabilità oggi: abbattere le barriere invisibili

L’obiettivo del superamento di tutti i tipi di barriere, non solo quelle fisiche, ma anche quelle culturali, ambientali e sociali, serve a diffondere e ad affermare la cultura delle pari opportunità.

Una barriera architettonica è, per definizione, un elemento che limita o impedisce ad una persona con disabilità l’utilizzazione di uno spazio o l’accesso ad un servizio.
Ma, mentre una barriera fisicamente riconoscibile può essere abbattuta con mezzi concreti come un montascale o un elevatore, più difficile risulta individuare e annullare una barriera "invisibile", fatta di incomprensione, incomunicabilità e indifferenza, che procura alla persona disabile un danno altrettanto grande e forse anche maggiore, perché meno controllabile e per il quale non riesce a trovare rimedio.


- Una battaglia che inizia presto ad essere combattuta

Fin da bambino, il soggetto con disabilità si trova a dover affrontare la difficoltà di instaurare relazioni distese e naturali, avvertendo principalmente le differenze con gli altri: a causa della sua menomazione, gli viene spesso preclusa la possibilità di avere rapporti armoniosi e privi di pregiudizio.
Inoltre, le influenze ambientali e culturali sono spesso così pressanti da condizionare lo sviluppo fisico e mentale del disabile, nonché la sua capacità di relazionarsi.

La disabilità, del resto, è un’innegabile condizione di svantaggio, che rende più difficoltosa la vita quotidiana e l’acquisizione di un ruolo nella società.
Per cercare di superare questa "impasse", agevolando i rapporti interpersonali con tutti i componenti della società, quindi anche con le persone disabili, bisogna costruire un ambiente nel quale tutti siano in grado di accettare tutti.

Dimenticando la distinzione basata sulle capacità fisiche e sulle abilità che qualificano come normodotati coloro che hanno avuto la fortuna di non dover sopportare una disabilità per la vita, si entra nell’ordine di idee che ci sono le "persone", con i loro momenti di gioia e di dolore, con le loro diversità e peculiarità, accomunate da quello strano percorso a ostacoli, più o meno alti, che è la vita.


- Progettare rapporti umani attraverso la cultura dell’inclusione

Esiste tutta una gamma di sottili dinamiche che incidono sull’atteggiamento di chi si rapporta ad una persona disabile.
Nel tentativo di relazionarsi con gli altri bisogna sempre tener presente che ogni comportamento è una comunicazione che provoca una risposta, rappresentata da un altro comportamento e influenzata da quanto viene comunicato e recepito. In pratica, il sentire comune condiziona, anche se in parte, le reazioni di tutti i membri di una società.

Promuovere e stimolare la fruizione di spazi e servizi per le persone disabili, progettare ambienti e situazioni totalmente accessibili a tutti, e quindi informare, educare e sensibilizzare, serve a raggiungere l’obiettivo dell’inclusione sociale e dell’uguaglianza sostanziale, nella comprensione e nel rispetto delle differenze.

L’accettazione di una condizione di disabilità è il passo decisivo per instaurare rapporti sereni con la persona che vive una menomazione, preferendo un comportamento che, al contrario della rassegnazione, dal carattere passivo e negativo, si concretizza in accettazione, una sensazione propositiva e aperta al dialogo che arricchisce il rapporto.


- Costruire rapporti equilibrati per superare l’indifferenza

Molto spesso la persona affetta da disabilità viene raggiunta da una serie di messaggi, azioni e comportamenti ambigui da parte di chi la circonda, che possono di per sé essere particolarmente disturbanti dal punto di vista psicologico e possono confonderla.

La conseguenza di quelle azioni può essere il rifiuto del disabile di interagire con chi, a priori, emette un giudizio senza avere conoscenza della sua personalità e del suo effettivo valore. Non avrebbe molto senso, in effetti, relazionarsi con chi assegna prevalenza al fattore disabilità, considerandolo come un marchio di fabbrica che qualifica il soggetto affetto da menomazione, al di là di qualunque altra valutazione e senza preoccuparsi di andare oltre.

Il disabile percepisce che la sua condizione costituisce un pregiudizio e questo gli provoca una sensazione di discriminazione, che inevitabilmente si trasforma in delusione e avvilimento e, alcune volte, lo porta al rifiuto di socializzare. Ogni essere umano interagisce in maniera diversa a seconda della persona con cui si rapporta e ciò vale a maggior ragione per il disabile: se riceve messaggi controversi o di rifiuto, se avverte disagio nella persona che gli sta davanti, è inevitabile che reagisca emotivamente, comportandosi in modo corrispondente all’atteggiamento altrui e allontanandosi a sua volta.


- Comunicazione e giusto modo di relazionarsi

Ciò che vale in tutti i rapporti interpersonali vale anche per le relazioni che si instaurano con un disabile: sono proprio la quantità e la qualità di contatto con l’ambiente e con i singoli individui che lo compongono, a promuoverne la nascita e lo sviluppo. Per questo è importante che il disabile si senta circondato da stimoli adeguati, come l’interessamento per le sue opinioni, i complimenti sinceri per un traguardo raggiunto, una critica costruttiva che lo aiuti a migliorare.

Nella società di oggi, diversamente da quanto succedeva in passato, fin dal momento in cui un bambino disabile inizia a frequentare la scuola, è più facile trovare un compagno disponibile ad accettare le sue differenze.
Gli insegnanti hanno appreso nuove forme di gratificazione, ma anche di disapprovazione, che tendono a livellare i rapporti con tutti gli allievi, disabili o meno. Contemporaneamente si adotta un insegnamento mirato e personalizzato.

Non resta che auspicare una sempre crescente sensibilità sociale, che passi anche attraverso la preparazione degli operatori tecnici, come gli educatori e gli assistenti, ma anche attraverso i componenti della famiglia, che devono imparare ad indirizzare il disabile verso comportamenti adeguati, evitando atteggiamenti preconcetti o timorosi e aiutandolo a crescere integrandosi.

La battaglia condotta per giungere all’eliminazione di ogni genere di barriere è ancora lontana dal suo epilogo felice e non smette di essere combattuta giorno per giorno. Si compone di percorsi che richiedono tempo ed energia emotiva, ma che, se vengono spesi da tutte le parti, possono sviluppare un sentire comune sempre più diffuso, in grado di abbattere anche le barriere invisibili.

L'anziano che vive solo in casa: sicurezza e contatto sociale

Quando l'anziano vive solo in casa, le principali problematiche inerenti la situazione riguardano la sicurezza e il contatto sociale.
Da un lato, le persone anziane sono spesso più fragili e, proprio perché si trovano in una situazione che li rende più indifesi, esposti a un pericolo maggiore, sia per quanto riguarda le condizioni di salute, sia per quel che attiene ad azioni, dirette o indirette, di soggetti con cattive intenzioni.
Inoltre, la solitudine è essa stessa un fattore di rischio, perché favorisce l'insorgere di stati depressivi e di un atteggiamento diffidente e pessimista nei confronti di se stessi e del mondo esterno.
In questo contesto, il contatto sociale tra l'anziano e gli altri dovrebbe essere sempre mantenuto, pur con i limiti dovuti a eventuali situazioni di disabilità o impossibilità oggettive.

Come affrontare il problema della sicurezza

Gli anziani che non hanno la possibilità di condividere la quotidianità con il coniuge, un compagno o persone di propria fiducia, vivono ogni giorno una serie di situazioni critiche; nel caso in cui si verificasse un incidente domestico, la problematica principale riguarda la modalità di soccorso. Ecco perché, da alcuni anni, importanti aziende che operano nel settore della sicurezza hanno elaborato una serie di dispositivi elettronici, ideati e progettati per gli anziani e che, indossati regolarmente, consentono di inviare, con la semplice pressione di un tasto con il dito, una richiesta di aiuto a uno o più contatti registrati nella memoria del dispositivo stesso. Si tratta di una soluzione che fa stare tranquilli i diretti interessati e anche i loro cari, i quali vedono attenuarsi la sensazione di pericolo incombente e preoccupazione, che nascono dal sapere il proprio parente solo e indifeso.
Anche i moderni dispositivi di allarme, con sensori posizionati in corrispondenza dei principali punti di accesso, come porte e finestre, costituiscono uno strumento di tutela della sicurezza delle persone anziane. L'importante è che tali impianti siano piuttosto semplici e immediati da attivare e disattivare, per consentire anche a chi non dispone di vista eccellente, ottima manualità e prontezza di riflessi di attivarli e disattivarli.
La questione relativa alla sicurezza per le persone anziane che vivono sole potrebbe essere affrontata anche in modo alternativo, strutturando l'abitazione secondo criteri personalizzati, in base alle reali esigenze di chi vi abita. In particolare, sarebbe opportuno eliminare utensili posti troppo in alto, dotare il bagno di una doccia specifica per anziani, con il piatto doccia filo muro e senza scalini, una seduta estraibile e un sistema di allarme posizionato nelle immediate vicinanze.
Molto spesso, i cambiamenti che andrebbero eseguiti nell'abitazione degli anziani che vivono soli non sono dispendiosi e faticosi, ma richiedono l'intervento di persone di fiducia, che sappiano individuare le manutenzioni da effettuare e gli aggiustamenti da implementare, eventualmente con l'ausilio di un bravo e coscienzioso artigiano.

Gli anziani che vivono soli e il contatto sociale

Per contatto sociale si intende il rapporto che una persona intrattiene con l'esterno, inteso in questo caso come complesso di relazioni umane.
Considerando che le persone anziane, con il passare del tempo e la diminuzione delle incombenze quotidiane, potrebbero tendere a perdere progressivamente il contatto con la realtà, specie se vivono sole, risulta di fondamentale importanza cercare di mantenere, per quanto possibile, un minimo di contatto sociale.
In questo periodo storico (scriviamo durante l'emergenza Codiv-19), il distanziamento sociale costituisce una necessità che coinvolge tutti, indipendentemente dall'età; tuttavia, per le persone giovani e adulte, scongiurare l'isolamento è di sicuro più semplice che per un anziano, che nella maggior parte dei casi non è avvezzo ai mezzi di comunicazione come i social network.
Ecco che, per chi conduce un'esistenza solitaria, perché ha perso il proprio compagno di vita e vive solo, la necessità umana di socializzazione diventa sempre più difficile.
Ad oggi, sono molti gli anziani che sono assistiti, in modalità più o meno continuativa, da operatori e badanti che li supportano nell'espletamento dei bisogni primari. Interfacciarsi con persone di fiducia riveste un ruolo di primaria importanza nell'esistenza dell'anziano che vive solo, perché aiuta a costituire un nucleo primordiale di rapporti umani, di cui l'uomo ha bisogno in tutte le fasi della propria vita.
La necessità di intessere rapporti interpersonali è più acuta nelle persone che abitano da sole; l'effetto ambivalente che tale condizione determina nei soggetti coinvolti è quello di una generale diffidenza nei confronti del mondo esterno, associata tuttavia a un desiderio, talvolta represso, dei propri desideri di contatto e confronto, che potrebbe tramutarsi in episodi di eccessiva fiducia riguardo a persone sconosciute.
È il caso di anziani soli e che, spesso, non possono contare sul supporto costante di parenti o amici, e che cadono vittime di truffe o raggiri, da parte di figure poco raccomandabili ma che sanno fare leva proprio sui principali punti deboli.
Di fronte a un atteggiamento cortese e rassicurante, infatti, l'anziano che vive solo potrebbe essere spinto a riporre eccessiva fiducia in qualcuno che compare alla porta e che si finge armato solo di buone intenzioni, ma che in realtà domanda denaro in cambio di informazioni utili sulle utenze di luce e gas.

Disabile oggi: come il progresso sociale e tecnologico stanno cambiando in meglio la vita delle persone disabili

Il fenomeno disabilità

Nel caso in cui la lente di ingrandimento venga metaforicamente rivolta nei decenni passati, è impresa assai agevole notare la maniera in cui la disabilità veniva spesso e colpevolmente confusa con altre categorie emarginate. La buona notizia risiede tuttavia nel fatto che, soprattutto di recente, ad essa è stata riconosciuta un'importanza non esclusivamente attinente al dibattito politico, ma anche e soprattutto al campo sociale. Tra le cause che possono essere imputate alla crescita di considerazione nei confronti del fenomeno disabilità vi sono:

  • l'aumento della popolazione anziana, con riferimento non soltanto alla realtà prettamente italiana;
  • uno sviluppo tecnologico che ha reso più complesse le società nelle quali esso ha avuto libertà di attecchire.

In base a ciò che afferma una recente ricerca condotta a proposito, pare che una percentuale vicina al 15% degli individui residenti in ciascuno dei Paesi facenti parte dell'Unione Europea ritenga di soffrire di una qualche forma di disabilità. Tralasciando per un attimo il significato che una data condizione assume per la persona che ne è affetta, cosa buona e giusta è precisare che un'inevitabile e fisiologica ricaduta va inoltre a colpire coloro che, a cadenza quotidiana, ne entrano in contatto.

Una società più attenta

Malgrado quello che ad un iniziale e distratto sguardo potrebbe sembrare un quadro se non altro sconfortante, grandi passi in avanti sono stati compiuti. Alcuni imputano alla sociologia la poco onorevole colpa di aver prestato dosi risibili di attenzione alle condizioni di vita del soggetto colpito da disabilità, nonostante siano molteplici gli spunti dai quali attingere: dal ruolo svolto nella società, dai movimenti composti da persone disabili fino ad arrivare alle differenze di significato e trattamento nelle varie culture. Ciò che è stato appena accennato permette di considerare la disabilità non come uno specifico ed isolato settore della sociologia, ma come un qualcosa che va a sfiorare ogni aspetto dell'assetto sociologico moderno.

A costruire l'identità delle persone disabili sono essenzialmente tre ambiti: la famiglia, la scuola ed i media.

Se è vero che la probabilità di incorrere in una qualche forma di disabilità aumenta in modo direttamente proporzionale all'incedere dell'età, è altrettanto vero che molti nuclei familiari sono perciò costretti a fronteggiare una simile situazione nelle fasi conclusive dell'esistenza del malato. La fattispecie che traumatizza di più il malato è quella nella quale la condizione disabilitante scaturisce da eventi che compromettono le normali funzioni dell'apparato cerebrale. In una simile evenienza, si tratta quindi di provvedere ad una ristrutturazione dell'identità del singolo mediante processi che non si allontanano di molto da quelli facenti parte della cosiddetta "socializzazione primaria".

La socializzazione tra le mura domestiche è basata soprattutto sull'adattamento, integrando il componente disabile all'interno della spesso intricata rete delle relazioni familiari. Ad espandersi esponenzialmente sono dei veri e propri percorsi di parent training che, aiutando genitori e familiari in generale a diventare indipendenti ed autosufficienti in simili situazioni, sono volti a trasmettere una serie di competenze in mancanza delle quali la convivenza diverrebbe se non altro difficoltosa.

L'ingresso del disabile nell'ambiente scolastico segna poi l'inizio della socializzazione secondaria. Il bambino assume un ruolo di alunno che, per caratteristiche, è assai differente da quello di figlio. L'organizzazione educativa odierna vede come proprio orizzonte principe quello di procedere allo sviluppo nel disabile di capacità grazie alle quali esso potrà perseguire propri obiettivi lavorando a stretto contatto con persone diverse dai familiari. Dalla fine degli anni Ottanta fino ai giorni nostri il numero di studenti con handicap immessi nelle scuole statali è cresciuto, passando da 12 mila a quasi 150 mila. Non di rado, le organizzazioni che raccolgono alcune categorie di persone svantaggiate non hanno mancato di far pervenire il loro dissenso verso l'integrazione scolastica, rea secondo loro di essere inadeguata nel venire incontro ai bisogni degli studenti disabili. Un alunno disabile ha in gran parte dei casi difficoltà a comunicare con il resto della classe. La mancanza di un bagaglio sintattico minimo costituisce una fonte di perplessità alla quale il mondo della scuola sta cercando di rispondere servendosi di quella che è la vera essenza dell'integrazione. Il soggetto disabile, abile nella mimica o nel linguaggio degli sguardi, svolge l'importante funzione di far comprendere al resto degli alunni che tra i codici linguistici selezionabili, non vi è soltanto quello verbale, ma che al contrario esiste una gran varietà di canali comunicativi. Ci si appropria quindi di qualcosa di cui ci si era dimenticati, in nome di linguaggio verbale che soprattutto a scuola ha per troppo tempo monopolizzato il sapere.

In ultimo, non in ordine di importanza tuttavia, vi sono i media, i quali svolgono un ruolo di primo piano non solo nel rispondere alla volontà di acquisizione delle informazioni, ma anche nel rafforzamento delle relazioni interpersonali e di gruppo.
Dagli anni Novanta in poi, la loro offerta nei confronti dei soggetti disabili è stata calibrata seguendo due strategie tra loro interdipendenti:

  • la messa in atto di specifiche modalità di fruizione del mezzo televisivo e di quello radiofonico. Esempi lampanti sono i sottotitoli per i non udenti e la televisione per i non vedenti, con programmi radiofonici che commentano in parallelo ciò che il teleschermo trasmette;
  • la progettazione di format e programmi di intrattenimento specifici per disabili.

Tecnologia come ausilio

Operando un balzo simbolico dall'ambiente sociologico a quello che interessa la tecnologia, il suo costante progresso ha consentito al genere umano di mostrare aspetti, tra cui la creatività, che l'hanno man mano differenziato dal mondo animale. Analogamente a quello intercorrente tra sociologia e disabilità, anche il rapporto che lega quest'ultima alla tecnologia è stato troppo spesso vittima di sottovalutazione. Mentre prima una più attenta riflessione veniva dedicata alla patologia nella sua esclusività ed alle strategie mediche migliori per contrastarla, oggi l'andamento sembra andare in direzione nettamente diversa. Da quando la scienza medica ha aperto le proprie frontiere alla tecnologia, entrambe hanno tra loro collaborato sfornando strumenti capaci di migliorare notevolmente la qualità della vita del malato, rendendo più agevoli gesti che per un normodotato sono invece immediati. Funzioni apparentemente banali come le video chiamate, i lettori dei codici a barre per individuare i prodotti nella grande distribuzione, l'opportunità di scrittura in Braille con i moderni smartphone e tanto altro ancora hanno reso possibile quello che fino a non meno di due decenni fa sembrava pura utopia. Particolare menzione merita anche il settore della robotica, il quale si sta man mano ritagliando un ruolo tutt'altro che marginale nella messa a punto di device riservati ai portatori di handicap. Un caso esemplificativo potrebbe essere ricercato in HAL, un esoscheletro che permette a coloro che sono affetti da difficoltà motorie di muovere sia gli arti inferiori che quelli superiori. A far capolino sono anche le stampanti 3D, sempre più frequentemente usate per fabbricare componenti ossee, vasi sanguigni e protesi. Passi da gigante sono stati compiuti anche per quello che interessa le barriere architettoniche, al cui graduale ma non ancora completo abbattimento ha seguito un numero sempre crescente di campagne di sensibilizzazione a proposito. In aggiunta alle piattaforme elevatrici, pensate in maniera particolare per chi è costretto a convivere con la sedia a rotelle, vi sono i montascale. Essi sono riservati non solo a chi è colpito da disabilità permanente ma anche per chi, magari a causa di un infortunio, deve fronteggiare un impedimento seppur momentaneo. Nell'attesa che ogni città si liberi definitivamente delle barriere architettoniche, a correre in aiuto vi sono infine applicazioni che, essendo direttamente collegate al gps degli smartphone, facilitano l'individuazione di percorsi usufruibili in tutta sicurezza.

Gli anziani e il sonno: disturbi del sonno in terza età e vademecum per dormire bene

Il sonno ricopre un ruolo centrale nella vita di ogni essere umano, ma non tutti riescono a riposare in maniera corretta. Secondo la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, in Italia circa 10 milioni di persone soffrono di insonnia e la stragrande maggioranza di essi sono uomini e donne di oltre 65 anni d'età.

L'insonnia si manifesta in maniera differente nella terza età rispetto ai giovani e agli adulti: prendere sonno risulta difficoltoso, ci si sveglia presto al mattino e si accusa fin da subito una sensazione di stanchezza, ma anche possibili cefalee, dolori muscolari, deficit dell'attenzione e altri fastidi. Queste criticità finiscono per incidere pesantemente sullo svolgimento delle normali attività giornaliere.


Quali sono le cause dell'insonnia negli anziani?

I disturbi del sonno più comuni vengono suddivisi in categorie specifiche:

- insonnia primaria: ne soffre chi ha difficoltà a prendere sonno, si sveglia ripetutamente nelle ore notturne e si alza molto presto al mattino, sperimentando una pesante sonnolenza durante il giorno. Si soffre di insonnia se i disturbi sono presenti in maniera consecutiva per un mese;

- apnee notturne: è una sindrome che si manifesta con interruzioni del respiro durante il sonno, associate spesso a stati di obesità e russamento. Spesso può rivelare gravi patologie come le malattie cardiovascolari o ipertensione arteriosa;

- parasonnie: si tratta di anomalie comportamentali durante il passaggio tra una fase e l'altra del sonno, come per esempio movimenti motori bruschi, o urla, durante la fase REM;

- sindrome RLS: chiamata anche "sindrome della gambe senza riposo", è una malattia neurologica contraddistinta da impulsi non controllabili delle gambe durante il sonno.

Le cause dell'insonnia sono differenti negli uomini e nelle donne. La prima categoria tende ad avere un bisogno maggiore di andare in bagno, mentre le donne soffrono maggiormente di ansia e pensieri negativi.

Consumare pasti abbondanti nelle ore precedenti al sonno può portare a una cattiva digestione e a problemi articolari. Con l'avanzare dell'età molte problematiche croniche vengono inevitabilmente accentuate come: scompensi cardiaci, diabete, depressione, problemi renali o polmonari e malattie di tipo neurologico.


Come capire di che problematiche soffre un anziano?

Per comprendere al meglio il tipo di problema che affligge durante le ore notturne una persona anziana è consigliato chiedere il parere di un medico, ma anche in maniera autonoma è possibile ipotizzare la presenza di un'anomalia del riposo, per poi poterla riferire al proprio medico che deve sempre comunque essere il punto di riferimento.

È importante osservare la presenza di determinati comportamenti:

- sbalzi d'umore frequenti;

- stato di irritazione;

- scarsa concentrazione;

- stanchezza in viso;

- difficoltà nel rimanere svegli da seduti;

- atteggiamento poco brillante;

- consumo eccessivo di caffè o tè;

- scarso controllo delle emozioni;

- riflessi bassi;

- riposo dopo pranzo indispensabile;

- addormentamento serale in orari non tardivi.

Oltre allo stato fisico e alla progressione di patologie insite nell'anziano, gli specialisti trovano un'ulteriore causa al cattivo riposo nelle condizioni ambientali non favorevoli che devono essere eliminate o ridotte al minimo.

Si tratta di letti scomodi o inadatti al sonno che provocano dolori e un riposo non corretto, oppure ambienti rumorosi e cattive abitudini (come lasciare la tv accesa di notte) che vanno ad influire inevitabilmente sulla qualità del sonno.

Queste cattive abitudini possono causare problemi alla memoria, ai riflessi o stati depressivi. Per evitare tutti questi grattacapi è importante intervenire nei comportamenti diurni che vanno a inficiare sul ritmo sonno veglia, come i riposini pomeridiani o le molte ore passate davanti alla tv. L'introduzione di regole ben precise come: non consumare alcol, guardare per poco tempo la tv, dormire ad orari prestabiliti e consumare pasti leggeri possono giovare alla salute dell'anziano.


Disturbi del sonno: come intervenire?

I problemi del sonno non devono essere sottovalutati: la loro manifestazione potrebbe indicare l'insorgere di criticità gravi come il parkinson, la demenza senile o malattie neurodegenrative. Il consulto di un medico o di uno specialista è sicuramente consigliato ma attuare un cambiamento della routine diurna porta al miglioramento della situazione.

Il consumo di carboidrati nelle ore precedenti al sonno può favorire un corretto riposo. Anche l'esercizio fisico a bassa intensità, eseguito nel cronico, e sempre dietro supervisione del proprio medico, va a migliorare lo stato di salute generale e la qualità del riposo. Impostare una routine fissa nelle ore notturne, prestando massima attenzione all'orario del risveglio, garantisce risultati positivi.

Com'è ben intuibile devono essere evitate tutte quelle sostanze alimentari che in qualche modo vanno a disturbare la qualità del sonno; quindi eliminare o diminuire al minimo il consumo di alcol, caffeina e altri prodotti stimolanti.

Naturalmente molta importanza ha anche la creazione di un ambiente confortevole che favorisca il sonno: una camera con giusta temperatura, senza disturbi, con un letto adeguato e comodo (peraltro oggi in commercio esistono anche letti per anziani con varie caratteristiche studiate per le persone anziane) ecc. possono favorire un sonno più ristoratore.


I farmaci possono aiutare?

L'utilizzo dei farmaci nell'immediato potrebbe rappresentare una soluzione valida visto che riescono comunque a risultare efficaci, ma un'assunzione regolare nel tempo potrebbe causare problemi alla salute del soggetto.

Nelle persone in terza età si evidenzia un largo consumo di farmaci per ovviare a svariate problematiche tra cui la difficoltà a prendere sonno. Questo comportamento è accentuato dall'insorgere di uno stato di ansia dovuto appunto alla difficoltà nel non riuscire ad addormentarsi. Un'assunzione a lungo termine non fa altro che accentuare la possibilità di sviluppare patologie cognitive o creare uno stato di inefficienza fisica.

È assolutamente sconsigliato assumere farmaci senza il consulto di un medico. Gli effetti collaterali possono essere anche gravi e invece di risolvere il problema si andranno ad aggiungere altre grane. Attenzione anche alla possibile combinazione con altri medicinali, infatti una delle maggiori cause di ricovero nei pazienti di età avanzata è proprio quella legata agli effetti collaterali di farmaci.

È importante attenersi alle direttive del proprio medico e cercare di assumere fin quanto possibile medicinali o integratori con ingredienti naturali, come la melatonina.

La mente giovane: allenare l'intelletto in terza età

Tutto si deteriora col passare del tempo, anche il cervello. Tuttavia, il cervello può essere considerato un muscolo e in quanto tale necessita di un buon allenamento, in modo da mantenersi sempre attivo.
Mantenere il cervello giovane anche nella terza età non richiede un impegno eccessivo. Bisogna solo essere costanti ed essere disposti a cambiare alcune abitudini.
Ecco qualche consiglio per mantenere la mente allenata e in forma.

Leggere, leggere, leggere

La lettura è una delle attività migliori per mantenere il cervello giovane. Non solo aiuta ad accrescere la propria cultura generale ed è un'attività davvero piacevole, che permette di viaggiare stando comodamente seduti sul divano di casa, ma ha anche degli enormi benefici sul cervello.

Leggere un libro o un giornale comporta memoria e concentrazione, altrimenti non riusciremmo a seguire la trama e comprendere l'argomento. Infatti, molte ricerche hanno confermato che leggere più libri alla volta permette un ingente rafforzamento di questa abilità. Inoltre, la sensazione di piacere che si prova quando si legge un buon libro, aiuta nel miglioramento delle funzioni esecutive del cervello.

Un, due, tre

In questo caso, il ballo concilia l'allenamento fisico e quello mentale, naturalmente sempre previo consenso del proprio medico. Ballare aiuta nello sviluppo della psicomotricità e della coordinazione. Tuttavia, va specificato che sono i balli con coreografia a dare questi benefici. Ballare in modo casuale è sicuramente divertente e utile a mantenere una buona forma fisica, ma non apporta miglioramenti significativi al cervello. Imparando invece una coreografia, si migliora la memoria e la coordinazione, mantenendo elastico il cervello.

La calma dopo la tempesta

Se il ballo coreografico aiuta la coordinazione motoria, la meditazione aiuta a liberarci dallo stress. La meditazione rappresenta un momento in cui ci connettiamo con noi stessi e ci liberiamo da tutto ciò che ci provoca stress. L'ormone responsabile dello stress è il cortisolo e quando il cervello ne è pieno, non lavora bene e a lungo andare può avere degli effetti disastrosi. La meditazione aiuta appunto il cervello a liberarsi degli eccessi di questo fastidioso ormone, migliorando le funzioni del cervello.

Allenare la mente divertendosi

Un modo fantastico per allenare il cervello sono i classici giochi fatti appositamente per questo. Uno dei più famosi è il test di Stroop. Al soggetto a cui viene somministrato il test, vengono mostrati dei nomi di colori, ma con un colore di inchiostro diverso. Il colore della parola è l'informazione rilevante e non il significato della parola. Il soggetto deve riuscire a nominare il colore dell'inchiostro e non della parola. Sembra facile, ma quando si presentano le parole tutte di seguito la sfida si fa dura.
Potete poi provare a invertire le mani. Invece di usare, per esempio, la destra per scrivere, usate la sinistra o viceversa. Dopo un po' di allenamento, sarete in grado di scrivere con la mano non dominante e noterete un miglioramento nella calligrafia. Oltre a scrivere, potete provare anche a svolgere le normali attività quotidiane, come lavarsi i denti e pettinarsi.
Chi non si ricorda Memory? Tutti ci abbiamo giocato almeno una volta nella vita. Ricordarsi dove si trovano le coppie di carte è un ottimo modo per allenare la memoria e rallentare l'invecchiamento cerebrale.
Il brainstorming è un altro dei tanti metodi da mettere in atto affinché il cervello invecchi più lentamente. Pensate ad un'attività che svolgete tutti i giorni, prendete un foglio e pensate ad altri venti, trenta, quaranta modi di farla, tutti diversi. Non pensate se sono fattibili o meno. Scatenate la fantasia. Costruire immagini mentali, liberi da qualsiasi vincolo logico, permette al cervello di avere un potente stimolo che lo fa lavorare in modo efficiente ed efficace.
Dulcis in fundo, i sudoku e i cruciverba. Questi due semplici passatempi restano dei classici intramontabili dell'allenamento mentale. Da alcune ricerche è infatti emerso che i cruciverba rallenterebbero l'insorgenza del morbo di Alzheimer e migliorerebbero la memoria a lungo termine. La forma rompicapo dei sudoku, invece, genera una sostanza chimica in grado di allungare la giovinezza cerebrale degli over 60 di ben 14 anni.

Nutrire il cervello

Un altro fattore molto importante per mantenere in forma il cervello è l'alimentazione. Si sa, siamo ciò che mangiamo e anche in questo caso, l'alimentazione fa molto. Vi sono dei cibi in particolare che aiutano a rinvigorire e rafforzare le funzioni esecutive del cervello (ma ricordate sempre di non prendere iniziative senza prima consultarvi con il vostro medico).
Il pesce, soprattutto, quello azzurro è uno di questi. Esso contiene Omega-3, che aiuta il cervello a mantenersi giovane e attivo. Anche le noci contengono Omega-3 in grandi quantità e vitamina E, che aiuta a prevenire la demenza senile.
Il curry, invece, è ricco di antiossidanti e protegge i neuroni dal morbo di Alzheimer. In India, infatti, vi è un'incidenza sette volte minore di malattie degenerative, rispetto agli Stati Uniti.
La barbabietola è famosa per il suo contributo nel migliorare le sinapsi del cervello e nell'aumentare la velocità di ragionamento.
Se siete degli amanti del cioccolato, ci sono delle buone notizie. Il cioccolato aiuta il cervello a mantenersi giovane, purché sia fondente. Esso infatti è in grado di prevenire l'insorgenza di malattie degenerative, grazie alle sue ingenti quantità di antiossidanti.
Infine, un altro alimento ricco di antiossidanti è il mirtillo, così come tutti gli altri frutti rossi. Esso aiuta a rallentare l'invecchiamento cerebrale e a migliorare le capacità cognitive e motorie, ostacolando l'insorgenza di danni neuronali.